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L'Airone Livre VII - Fable 4


L'Airone L'Airon dal lungo collo e dal più lungo becco,
che sta su gambe lunghe, a spasso iva nel secco
d'un torrentello e a riva;
come nei giorni belli erano l'acque chiare
e i miei dolci carpioni vedevansi a guizzare
coi lucci in comitiva.

Venian tanto dappresso, che avria potuto al solo
mover del becco, e come se li pigliasse a volo,
mangiarseli in buon'ora.
Ma volle invece attendere d'aver più fame. Assai
egli era in ciò metodico e non usava mai
mangiare fuori d'ora.

Tornato pien di fame più tardi sulla sponda,
non vide altro che tinche a diguazzar nell'onda
e fece il disgustato,
così come dicesse: Di tinche son già sazio.
Egli era come il topo, di cui racconta Orazio,
d'un gusto delicato.

- Di tinche a me? - diceva. - Un così rozzo pasto
non piglia un Airone per farsi il sangue guasto -.
Vedendo poi dei ghiozzi
- Nemmen per questi, - aggiunse, - s'incommoda un par mio
a spalancare il becco, e non pretenda Iddio
ch'io questa roba ingozzi -.

Ma ben dovette aprirlo per minor prezzo, allora
che pesci non si videro nell'acqua della gora.
La fame non si placa
col fumo e dir non basta: Io sono un Airone.
Aggiunge alfin la favola che parvegli un boccone
squisito una lumaca.

ancre





W. Aractingy

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